Maria della Passione e il Lavoro

“È lavorando con fatica notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, che abbiamo predicato il Vangelo di Dio”. Così parlava san Paolo ai cristiani di Tessalonica. San Francesco, nella 1ª Regola, scriveva: “Tutti i frati si applicheranno con ardore a un buon lavoro”. Maria della Passione non esprimeva forse lo stesso pensiero quando diceva: “Voglio che le mie figlie abbiano la loro sussistenza sulla punta delle dita”? Per lei, alla base c’era un ideale di povertà amata e voluta ad esempio di Francesco d’Assisi, ma anche della Santa Famiglia. “Esiste, affermava Maria della Passione, una povertà silenziosa che deve assomigliare a quella della Santa Famiglia a Nazareth. Essa non possedeva nulla, ma viveva giorno per giorno del proprio lavoro. E’ proprio ciò che sogno… I poveri… ecco la nostra parte di eredità. Non è vivendo tra loro che troveremo delle risorse; perciò dobbiamo tendere a guadagnarci il pane… come i lavoratori”.

Desiderando di dare uno scopo apostolico al lavoro delle fmm, Maria della Passione orientò prima di tutto i loro sforzi verso la produzione di immagini religiose e la tipografia. Il tutto ebbe inizio a Parigi nel 1889. In quindici giorni, un gruppo di suore “imparò il mestiere” dalle Suore del Santo Nome di Gesù, e intrapresero a stampare gli Annali con una piccola macchina azionata a mano e alcuni vecchi caratteri ceduti dalle Suore. Stampando soltanto due pagine alla volta, ci vollero 100.000 tirature per produrre i 3.000 esemplari di Marzo-Aprile 1889! Si continuò pressappoco così fino all’impianto della tipografia di Vanves nel 1891. Maria della Passione ci teneva al bello e in breve tempo si modernizzò e si completò l’attrezzatura.
Nel 1896 si aprì una seconda tipografia in Canada come mezzo di sussistenza. All’inizio era installata in una specie di capanna costruita con assi sconnesse che non proteggevano affatto dai rigori dell’inverno canadese. Soltanto nel 1912 si ebbe la possibilità di trasferirsi in un vero edificio. Diventò tipografia missionaria.

Nel 1902, Maria della Passione inviò due tipografe fmm in Cina, a Tchéfou. Esse insegnarono il mestiere agli orfanelli della Missione che riuscirono abbastanza presto a comporre sia in cinese che in francese. Nel 1901 era stata installata una piccola tipografia sulle rive del fiume Zaïre, a Nouvelle- Anvers, l’attuale Makanza. All’inizio la produzione fu difficilissima perché non era possibile procurarsi il materiale sul posto. A poco a poco, però, il lavoro si perfezionò e vi furono stampati molti libri in lingua lingala: catechismi, libri di preghiere, ma anche grammatiche e lessici per lo studio delle lingue del paese. L’ultima tipografia creata da Maria della Passione fu, nel 1904, quella di Bruxelles. Ella la visitò in settembre, due mesi prima di morire. Nel frattempo - con le novizie degli Châtelets - era iniziato un altro genere di lavoro: la pittura. Nel 1890, erano riuscite a vendere una dozzina d’immagini per 20 franchi! Informata, Maria della Passione esclamò: ”Ah, si dipinge delle immagini agli Châtelets! Se ne dipingerà anche altrove e meglio ancora che immagini…”. E’ così che, un po’ più tardi, la casa di Roma diventò il principale centro artistico dell’Istituto.

A partire dal 1897, Maria della Passione vi sistemò un certo numero di laboratori: scultura, tappezzeria, pittura, fotografia e vi si lavorò molto. Nella cappella Sant’Elena, tutto ciò che è modelli in cotto, capitelli, vetrate, pitture, fu opera delle fmm. Così pure per la cappella di Assisi e quella di Firenze. All’inizio le artiste si formavano da sole, prendendo ispirazione dai grandi pittori come, ad esempio, Fra Angelico. Ma, sempre desiderosa di crescere e non volendo sfuggire ad alcun progresso possibile, Maria della Passione accettò - due anni prima di morire - la partecipazione dell’Istituto al Technicum delle Arti e Mestieri di Friburgo, in Svizzera. Le fmm vi furono di volta in volta alunne e professori.

I laboratori della casa Sant’Elena a Roma erano qualcosa d’incredibile. Vi si vedevano in corso d’esecuzione quadri di tutte le dimensioni, miniature, sculture, stampi, finissimi ricami, pizzi d’arte, mosaici, metalli e cuoio lavorati a sbalzo o cesellati. Maria della Passione non temeva di far ammirare il lavoro delle sue religiose e i visitatori importanti furono numerosi. Ma nel contempo, voleva conservare alle suore lo spirito di umiltà per cui non smetteva di ripetere loro che il lavoro, anche artistico, è una conseguenza della povertà. Un giorno portò al laboratorio di pittura un orologio da cucina in forma di casseruola: voleva semplicemente ricordare alle artiste gli umili lavori di Nazareth! “Andare al povero, è un bisogno della mia anima, ripete continuamente Maria della Passione, è la prima urgenza”.

Invita quindi le suore ad andare a cercare il povero dappertutto, sia in Africa che in Asia e nei sobborghi delle città europee, senza che il povero venga da loro. Poiché fare l’elemosina non è il metodo più adatto, il lavoro è per Maria della Passione la vera soluzione di fronte all’indigenza. Si servì allora dell’abilità che le suore avevano acquistato nelle arti femminili dell’epoca per creare in tutte le case d’Europa scuole di apprendistato, laboratori per le ragazze che non andavano più a scuola, perché le giovani potessero guadagnarsi onestamente il pane. L’idea parve così buona che la diffuse un po’ ovunque nelle missioni.

Un’altra grande preoccupazione collegata al lavoro è stata, per Maria della Passione, quella del mondo operaio. Quando dice: “Andiamo verso il povero, dobbiamo essere amiche di chi è disprezzato e sostenere le cause giuste”, pensa in modo particolare alla condizione degli operai della sua epoca. Scrive: “L’uomo da evangelizzare non è un essere astratto, ma è soggetto a questioni economiche e sociali”. “Bisogna prima di tutto dare la possibilità di guadagnarsi il pane, la parte spirituale verrà da sé, dopo”. Insiste molto sull’urgenza di far capire alle classi dirigenti “la dignità del lavoro”: dare lavoro sotto tutte le forme al popolo e invitare tutti a questo apostolato”, scrive: un obiettivo che, oltre alla Rerum Novarum, si ritrova quasi nella Laborem Exercens. Nel 1891, l’enciclica di Leone XIII, Rerum Novarum, aveva fatto colpo affermando, di fronte al liberalismo diffuso, che gli operai avevano il diritto di formare associazioni libere.Nel 1979, Giovanni Paolo II, quando dichiara agli operai di Monterrey, nel Messico, che i lavoratori “vogliono essere trattati come uomini liberi e responsabili, chiamati a partecipare alle decisioni che riguardano la loro vita e il loro avvenire, e che hanno il diritto fondamentale di creare liberamente delle organizzazioni per difendere e promuovere i loro interessi…” non fa altro che ripetere un’affermazione classica della Chiesa sulla legittimità del sindacalismo. Ma, in certe parti del mondo, questa affermazione non assume forse, ancora oggi, un senso quasi rivoluzionario?Anche ai nostri giorni, come al tempo di Maria della Passione, i popoli e i continenti sono trascinati verso trasformazioni culturali, sociali e politiche profonde. Ciò richiede una presenza evangelica che sia essenzialmente una risposta valida alle speranze e alle aspirazioni più diffuse di questa umanità. Sembra dunque che dobbiamo essere costantemente in ascolto della storia del mondo d’oggi che s’incarna nell’esistenza concreta di ogni persona. Malgrado situazioni apparentemente bloccate, Maria della Passione ha sempre conservato una visione ottimista della società, scoprendo, sotto un’apparenza di morte, “un’immensa vita che si agita”. E’ convinta che attraverso il “caos” nel quale stanno per scomparire le “potenze del passato”, già “si prepara la creazione di una società nuova”. Scriveva tutto questo circa cento anni fa, a un grande cattolico sociale dell’epoca, Gaspar Decurtins. La “lezione” non è ancora sempre attuale?

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